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Così nasce "dio mortale", il nuovo singolo di Rugo nonché terzo mostro con un volto del suo percorso.
Una figura terrena, resa divina, da qualcuno di altrettanto terreno.
Una divinità che, paradossalmente, potrebbe anche non sapere di esserlo mai diventata.
Pagana forse, umana molto.
"Più qualcuno è grande, non di età ma grande nel senso di importante, necessario, fondamentale per qualcun altro o qualcun’altra, più è grande il vuoto che lascia quando se ne va. Perché prima o poi questa cosa succede, in un modo o nell’altro".
Rugo
Il punto, però, non è soltanto la perdita ma quello che succede prima.
È quel processo attraverso cui una persona viene lentamente gonfiata nella nostra percezione fino a diventare una presenza attorno alla quale riorganizziamo tutto il resto.
Quando quella palla scoppia quello che rimane non è necessariamente una delusione.
È semplicemente un vuoto che prima non riuscivamo a vedere.
In "dio mortale", Rugo prova a stare esattamente in mezzo a quel vuoto, senza morale, senza cercare un colpevole. Perché l'idealizzazione non è sempre qualcosa che termina con la Disillusione: qualche volta il momento in cui ci troviamo con una maschera in mano non è la fine di un qualcosa, ma l'inizio della possibilità di vedere davvero chi abbiamo davanti.
Ed è forse questo il passaggio più interessante del brano: guardarsi dentro non significa necessariamente trovare una risposta.
In un momento storico in cui siamo continuamente invitati ad analizzare noi stessi, le nostre relazioni, i nostri comportamenti, i nostri traumi, i nostri pattern, "dio mortale" prova a fare un passo ulteriore. Non aggiunge semplicemente un'altra spiegazione psicologica a quelle che già abbiamo.
Prende l'elucubrazione e la trasforma in una figura, un mostro.
Perché certe cose, prima ancora di essere capite, devono essere attraversate.
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